mercoledì 3 gennaio 2018
Intervista dell'Editore... "Succede nell'ombra del bosco vecchio"
Intervista con Renato Ronco, autore di "Succede nell'ombra del bosco vecchio"
1. Parliamo un po’ di Lei, dove è nato e cresciuto?
Sono nato in una famiglia contadina, negli anni in cui contadini usavano fare tutto da soli. Chi ha avuto questa fortuna a dieci anni sapeva già un sacco di cose, che nessuna scuola di oggi o di ieri può insegnare, ad esempio: sapeva fare il vino, il miele, il pane, il burro, allevare animali piccoli o grandi, accendere il fuoco, raccogliere i semi degli ortaggi, coltivare quasi tutto, usare gli attrezzi più comuni. Apprendere queste cose da bambino era una specie di gioco. Si imparava “facendo”, e le cose manuali sono indelebili. Sono cresciuto con questo rapporto privilegiato con la natura, con dei grandi maestri. I miei genitori.
2. Che libro consiglierebbe di leggere ad un adolescente?
Non mi è facile citare un libro… per un adolescente poi. Dovendo dirne uno suggerirei “Creature grandi e piccole” di James Herriot, per l’ironia nell’affrontare la quotidianità della vita, ma l’adolescente dovrebbe provare passione per la natura.
3. Cosa pensa della progressiva perdita del libro cartaceo a favore dell’ eBook?
Personalmente vedo il fatto come una perdita, non ho mai letto un libro in formato eBook, ma ritengo che presto o tardi il libro in forma cartacea sarà soppiantato. Mi sembra un incubo immaginare una biblioteca di eBook, mi mancherebbe persino l’odore della carta.
4. La scrittura è un colpo di fulmine o un amore ponderato?
Per me direi né uno né l’altro, intanto nel periodo scolastico facevo fatica a svolgere i temi. Il mio problema è sempre stato quello di essere estremamente conciso. Ho cominciato in tarda età, quando mi sono accorto che piaceva il mio modo di scrivere.
5. Cosa l’ha spinta a scrivere questo libro?
È nato un po’ per caso, ho un “bosco vecchio”, e ho pensato di inventare qualcosa di misterioso, magico, un gioco con me stesso. Dopo, man mano che la storia prendeva corpo ho iniziato a pensare che se lo arricchivo poteva anche diventare un libro, ma ho dovuto uscire dal bosco...
6. Quale messaggio vuole inviare al lettore?
Vorrei stimolare a sognare ad occhi aperti, a credere, coscienti di giocare, che possa esistere un soprannaturale, qualunque esso sia, perché lascia una speranza di fronte ai problemi più seri che si possono incontrare nella vita. Dopo questo, una sorta di messaggio nella storia che si sviluppa: il bene, o comunque la parte sana di una società, vincerà, ma occorre lottare per arrivare all’obbiettivo che ci poniamo di volta in volta. Sempre.
7. La scrittura era un sogno nel cassetto già da piccolo o ne ha preso coscienza pian piano nel corso della sua vita?
Non avrei mai immaginato di scrivere un libro. Non credevo neanche di essere bravo a scrivere. La svolta è avvenuta tardi. Ricordo un episodio che per me è stato significativo: Il Dirigente che avevo allora mi chiese di fare una relazione. Non era di mia competenza, scavalcava colleghi più alti di grado. Non capii allora, e ancora adesso me lo chiedo, se voleva crearmi complicazioni oppure mettermi alla prova. Rimase sorpreso (io anche), al punto che lesse la mia relazione in pubblico, facendomi i complimenti.
8. C’è un episodio legato alla nascita o alla scrittura del libro che ricorda con piacere?
Il libro è nato per caso come anche le varie vicende che lo compongono. Ricordo l’intensità del capitolo della “guarigione miracolosa”.
9. Ha mai pensato, durante la stesura del libro, di non portarlo a termine?
All’inizio non pensavo nemmeno che potesse diventare un libro, poi ha cominciato a prendere corpo. Ho avuto una fermata perché non trovavo un finale che mi soddisfacesse. Non so se sia un problema mio, ma le chiusure mi sono sempre state difficili, in ogni cosa.
10. Il suo autore del passato preferito?
Ho letto troppi libri e ho poca memoria. Non ho un autore preferito, per citarne uno Hemingway, ma ho letto con grande piacere i libri di Bernard Moitessier. Determinante la mia voglia di viaggiare, fin da bambino, oltre i confini visibili e l’abitudine di affrontare i problemi della vita, piccoli o grandi, da solo.
11. Cosa ne pensa della nuova frontiera rappresentata dall’audiolibro?
Encomiabile, doveroso dare la possibilità a chi non potrebbe leggere un libro di viverne la storia. Ho letto migliaia di libri, iniziando appena ho imparato a leggere. La mia vita è sempre stata all’insegna del “non ho tempo”, sono costretto tuttora a leggere nei ritagli di tempo, sottraendone anche al sonno. Penso alle ore “perse” in auto dove guidando non posso leggere, l’audiolibro mi farebbe superare questo limite.
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Renato Ronco
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venerdì 3 gennaio 2014
Un rododendro racconta la sua storia
Non è neanche facile scrivere in modo che gli umani capiscano, sanno molto poco di noi piante.
Non sanno ad esempio che sappiamo riconoscerli.
Devo dire che alcuni, raramente, ci parlano, anche se è inutile, noi non possiamo sentire la loro voce, come altri rumori, siamo però in grado di sapere perfettamente cosa pensano, ed è molto meglio, il pensiero non è mai logorroico, e non contiene bugie. Gli umani sono molto più limitati, mi pare che non siano in grado di capire neanche i loro stessi pensieri.
Io sono nato nel 2003. Ma non sono nato da un seme, e qui mi trovo in difficoltà a spiegare, anche a me stesso. Allora c’era (e spero ci sia ancora) un bel rododendro in un importante giardino botanico. Non era molto osservato dai visitatori. La pianta di sviluppo contenuto, i fiori piccoli, non attirava l’attenzione. Non si metteva in mostra.

Un giorno, tra i vari visitatori passa “l’uomo con la barba”. Ogni tanto compariva, e l’avevamo già notato, abbiamo una memoria di ferro noi. E gli avevamo affibbiato quel nome. Era stato notato perché di solito riservava le sue attenzioni a piante meno vistose, ma era anche un po’ temuto, correva voce che ogni tanto avesse l’abitudine di staccare un rametto a qualche pianta.
Quel giorno si fermò nuovamente ad osservare il rododendro, parlò con il capo giardiniere, che spesso lo accompagnava nei suoi giri, poi mise una mano in tasca e trasse un paio di forbici da potare. Terrore! Al rododendro, si accapponò la corteccia, le piante si spaventano quando si avvicina un umano con le forbici in mano. L’uomo si chinò, osservò, tastò, poi... confusamente, come nella nebbia, ricordo per un attimo un vivissimo dolore; con un taglio netto asportò un piccolissimo rametto, tre quattro foglioline solamente.
Da quel momento in avanti, per molto tempo tutto è stato molto confuso, ovattato.
Quel rametto ero io, per la prima volta avevo dei pensieri miei! Non ero più parte di una pianta, avevo una mia anima, ma ero in uno stato credo simile a quello che gli umani chiamano “coma vigile”.
In realtà i ricordi sono flebili e lontani, come erano le mie sensazioni allora, ma ricordo tutto. Devo dire che, con molto tatto, mi mise in un sacchetto di nylon, spruzzò un po’ di acqua, rinchiuse il sacchetto è poi fu buio.
Non sentivo più dolore, solo una specie di formicolio nel punto dove ero stato tagliato.
La mia coscienza era molto limitata e confusa. Può essere difficile da capire, ma anche da spiegare: pensavo, ragionavo, ed era una cosa nuova, per certi versi incomprensibile.
Dopo un certo tempo che non ricordo, rividi la luce; sempre le sue mani, sempre le forbici da potare vicino, in più uno strano coltello e altri oggetti, tutto, me compreso su di un tavolo.
Poi l’uomo con la barba si allontanò e ritornò con due vasi con una pianta in ognuno.
Io non avevo paura, stante il mio stato di torpore, però vedevo e capivo tutto. Con mani abili e veloci rapidamente asportò qualche rametto basso alle due piante nei vasi, mi prese in mano, mi tagliò praticamente in due, fece una specie di punta alla base di uno dei due pezzi, incise il tronchetto di una delle piante in vaso e mi inserì dentro. Con un elastico mi legò stretto. Tutto questo si svolse in pochi secondi, poi mi trovai in una serra.
Sorpreso, sgomento, con i sensi attutiti, sempre però ben presente, cominciai a guardarmi attorno. Molti vasi erano vicini, con essenze diverse, che non conoscevo. Un’umidità pesante mi opprimeva, e quello strano formicolio alla base si era accentuato.
Ero “piantato” sopra, dentro un altro arboscello, che non pareva contento di ospitarmi; d’altronde, era stata ferito anche lui poveretto.
Per parecchio tempo rimasi in una specie di dormiveglia, quello strano formicolio nel punto dove ero unito gradualmente si stava riducendo.
Poi un giorno mi svegliai completamente, le mie gemme si stavano aprendo, stavano sviluppandosi.
L’uomo con la barba passava spesso, si metteva gli occhiali e osservava con attenzione non solo me, ma anche i miei vicini, tutti “operati” allo stesso modo.
La pianta che mi ospitava cominciò, con garbo, a lamentarsi con me, anche a lei stavano crescendo le gemme, ma appena si allungavano compariva l’uomo con la barba e gliele asportava. Una sofferenza per lei, che mi metteva a disagio.

Vi era una specie di conflitto di personalità tra me e lei, non si capiva dove finiva lei e dove iniziavo io. Col passare dei mesi io - grazie alle costanti attenzioni del giardiniere - presi il sopravvento. Ora, dopo tre anni, la pianta che mi ospita non si nota più, viviamo in armonia, anche se la mia personalità l’ha, involontariamente, completamente sovrastata.
Ho scoperto che si chiama, Rhododendron ‘itheophyllum’.
Ho anche scoperto di avere un fratello, nato dallo stesso rametto; quando all’inizio il giardiniere mi tagliò in due, preso dalle troppe emozioni, non avevo notato che l’altro pezzetto era stato inserito, allo stesso modo, su un’altra piantina.
Siamo vicini, ci facciamo compagnia. Lui è stato meno fortunato di me, è stato “innestato” (ho imparato in seguito che questo è il nome dell’operazione che avevo subito) su un’altra specie di pianta, un Rhododendron ‘blu diamond’. I due non hanno stabilito una serena convivenza, un buon equilibrio tra di loro, e il punto dove sono stati uniti ne risente, manifestando come un gonfiore.
Ora viviamo sotto un ombraio, insieme ad un folto gruppo di piante innestate, dei più svariati generi e specie. Ci sentiamo delle privilegiate, l’uomo con la barba ci presta molte più attenzioni di quelle che dedica agli ombrai vicini, e soprattutto... non ci vende!
Un giorno, ho saputo che il mio nome è Rhododendron razorbill, ma con disappunto ho anche appreso che non sono una “specie” ossia figlio, nipote, di una pianta esistente in natura, ma il frutto di chissà quale incrocio, mutazione o esperimento di qualche umano.
Spesso vengono visitatori, e si soffermano proprio a guardare il gruppo degli innestati. Pare sia molto apprezzata la nostra accoppiata, piace il tronco dell’itheophyllum, con la caratteristica corteccia - rara per un rododendro - che si sfoglia; sento spesso dire: che bello, sembra un bonsai. Mi infastidisce un po’ questo accostamento. Ho sempre pensato ai bonsai come sfortunate piante torturate, anche se alcuni di essi sono molto fieri e ammirati.
Voglio ancora dire che molti pensano che le piante in vaso vivano come in prigione, non è vero, se abbiamo il terriccio giusto, il concime adatto, i normali rinvasi, viviamo bene, però... in un continuo stato di apprensione! Il terrore delle piante in vaso è l’irrigazione. Se in estate si dimenticano di bagnarci per un paio di giorni, siamo morte! E che brutta morte. Una lenta agonia. Al contrario, spesso siamo bagnate troppo con seri guai per la nostra salute.
Noi abbiamo il dente avvelenato con quelli che vanno in giro con le forbici e hanno l’abitudine di tagliarci rami. Ma io ci sono grazie a quell"abitudine", e posso raccontare questa mia storia.
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Renato Ronco
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martedì 20 ottobre 2009
L'insalata era nell'orto
Case&Country agosto 2009
L'orto che non si vede
Ho una storia di famiglia, importante, che mi lega alla produzione di ortaggi, basta dire che mio papà circa 55 anni fa selezionò l'insalata “Lollo”, il nome lo scelse mia mamma ma, dopo i miei genitori, io non ho più coltivato verdure per la vendita.
Il mio è l'orto che non c'è, nel senso è che relegato e spezzettato nel vivaio, in angoli non sfruttati, qualche porzione lungo un muro, sul confine, oppure in una delle poche zone giardino; posti anche distanti tra loro; bisogna cercarlo questo orto, pezzo per pezzo.
Alcune piante di “erbette”, le conosciute bietole da costa, mi accompagnano da anni e provengono da una zona incolta nei pressi di Barcellona. Non so se erano completamente selvatiche, non si vedevano orti nei dintorni, ed erano abbastanza diverse tra di loro: una aveva, ad esempio, il gambo leggermente arrossato, l'altra peloso, tutte hanno le coste molto piccole. Vivono di solito due anni e ne lascio sempre andare una pianta a seme senza raccoglierlo; nella primavera successiva non devo fare altro che diradare quelle che sono nate in eccesso.
Una pianta di tomatillo Physalis ixocarpa c'è sempre, mi piace aggiungere i suoi verdi frutti leggermente aciduli all'insalata.
Continuo a tenere 6/7 piante di asparago viola, a cui sono molto legato, sono ancora del mio papà, la loro età va dai 40 ai 60 anni. Possono sembrare poche piante, ma nella loro stagione il raccolto, mai prevedibile per gli asparagi perché molto influenzato dalla temperatura, è sovrabbondante.
Spesso nel mio orto sono comparse verdure un po' strane, il risultato di viaggi in paesi esotici e anche non.
Capita che l'interesse si esaurisca con la curiosità nel primo anno; altre volte mi porto dietro queste novità per un po' di tempo. Quest'anno è stata la volta di una rapa simile alla nostra, ma di colore giallo intenso, sia dentro che fuori, trovata in un mercato norvegese (parlo di radice, non di semi, è molto più difficile trovare novità antiche nei semi) il suo sapore, gradevole, si scosta un po' dalla rapa nostrana.
Anni addietro avevo coltivato la bamia o okra Abelmoschus esculentus, poi era stata la volta del 'daikon', un ramolaccio gigante, senza parlare di due particolari zucchini o cetrioli, portati 35 anni or sono dalla Tailandia, molto appetiti dai cinesi di casa nostra, (in quegli anni a Torino c'era un solo ristorante cinese che li acquistava tutti). Ora li ho persi e non li ho mai più visti, neanche su internet; non conoscendone il nome la ricerca resta difficile. Dei due uno era buonissimo, sia cotto che crudo, l'altro amaro, per noi immangiabile, ma ai cinesi piaceva molto.
Il mio è un orto molto piccolo, disordinato e un po' sparso, non fa certamente gola ai fotografi, ma è un orto vero, vivo, che da poco lavoro. Soprattutto è utile.
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Renato Ronco
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venerdì 14 agosto 2009
Hibiscus
Case&Country giugno 2009
. . . . . . Hibiscus rosa-sinensis
Il più comune, il più usato, il più “facile” è sicuramente l’Hibiscus syriacus. Dal nome parrebbe originario della Siria, in realtà il suo aerale di diffusione comprende l’India e la Cina.
E’ un albero di piccole dimensioni, più spesso usato come siepe. Se viene potato nel modo giusto, meglio ancora, se non viene potato ma ci si limita a togliere a fine inverno i tratti di rami con i frutti dell’anno precedente, in tarda estate ci regalerà una ricca fioritura.
Deciduo, con foglie un po’ lobate, un po’ palmate, di media grandezza verde cupo, i fiori campanulati si fanno notare, i colori più comuni sono il lilla e il bianco, con le varie sfumature e il centro porpora scuro. Caratteristica di tutte le malvacee, è l’insieme degli organi riproduttivi, stami e pistillo, saldati tra di loro alla base, con gli stami disposti come uno scovolino. Non ha problemi per il freddo e si moltiplica facilmente con la semina, tanto che attorno alle piante ne nascono sempre di nuove.
Sono ormai moltissimi gli ibridi e cultivar, con dei bellissimi fiori più o meno doppi, anche se io preferisco i fiori semplici. Esiste anche un cultivar a foglie variegate. Volendo riprodurre piante con i fiori speciali bisogna ricorrere alla talea, perchè da seme normalmente si ottengono solo piante a fiore semplice. Meno comune, ma molto bella una cultivar a fiore completamente bianco.
L’Hibiscus rosa-sinensis è certamente il più famoso, e fotograficamente il più conosciuto, è un classico la foto di una bella thaitiana con uno di questi splendidi fiori tra i capelli.
I suoi colori sono splendidi. Tutta la tavolozza dal bianco, attraverso il giallo fino al rosso più intenso, manca solo il blu.
Naturalmente sono comprese tutte le varianti intermedie, le screziature, la diversa forma della corolla. Anche l’insieme di stami e pistillo, nelle forme con fiore doppio, concorrono in questa parata.
Le foglie fanno la loro parte per attirare l’interesse, sono lucide e di un bel verde intenso e non cadono in inverno.
Il periodo di fioritura è molto lungo, anche se non è molto copiosa.
Tutte queste belle qualità devono avere un prezzo, e questo sta nel fatto che non è rustico come il syriacus, anzi, guai se la temperatura scende sotto lo zero, per cui se non si è in zone rivierasche e particolarmente protette occorre coltivarlo in vaso per poterlo ritirare in inverno.
Chi vede per la prima volta i fiori di un Hibiscus moscheotus (sinonimo palustris), nelle varietà ibride a fiore piatto, rimane senza parole. Certo, un fiore del diametro di 30 cm. si fa notare.
Il fiore è semplice, solo cinque petali, che sono o parzialmente sovrapposti a formare un disco, oppure divisi.
Si può considerare una pianta vivace, ogni anno va a riposo per risvegliarsi la primavera successiva. Forma dei cespugli abbastanza fitti, con grandi foglie su steli che raggiungono i due metri di altezza. I fiori hanno breve durata, praticamente un giorno, la fioritura inizia a fine estate e si protrae abbastanza a lungo.
Normalmente gli amatori lo riproducono per divisione di ceppo, ed è un bello sconquasso “squartare” un ceppo. Io li riproduco per talea erbacea, non è però facilissimo. Le varietà più belle portano pochi semi, che raramente daranno piante con le caratteristiche dei genitori.
L’Hibiscus coccineus è particolare, ramifica poco e raggiunge facilmente 2,50 mt di altezza. Le foglie sono palmato divise e a qualcuno capita di scambiarlo per una pianta di canapa. In effetti può essere simile, ma in realtà ad un occhio professionale le differenze sono molte.
Il fiore è grande, circa 20 cm. di diametro, di colore rosso con i 5 petali divisi. Come il moscheotus è una pianta che in inverno va a riposo e sopporta basse temperature, a volte però si comporta come pianta annuale. Produce semi in abbondanza e nascono con facilità.
Una bella collezione di Hibiscus rosa-sinensis si può osservare all’Isola Madre (Lago Maggiore)
Vivaio Luciano NOARO - Via Vittorio Emanuele 151 - 18033 CAMPOROSSO (IM) - Tel. 0184 288225 - fax 0184 287498
e-mail: noarovivaio@hotmail.it - http://www.noarovivaio.it
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lunedì 27 aprile 2009
Romeo Comunello - In salotto con i giardinieri
Giardinando verso ovest
Sono stati giorni intensi quelli che abbiamo trascorso sulle rive del lago Maggiore, per noi, una ventina di appassionati giardinieri del Circolo di Giardinaggio “Amici in Giardino” del Friuli, due guide eccezionali come Renato Ronco e Dante Invernizzi.
Anche le serate sono state piene, Renato ci ha introdotto nel mondo degli aceri, uno dei suoi più grandi interessi. Purtroppo la visita al suo vivaio, a Torino, è saltata per colpa del maltempo.
Dante Invernizzi si è rivelato una fonte inesauribile di sapienza botanica, conoscenza del territorio, dei personaggi che hanno fatto la storia dei giardini che si affacciano sul lago, ci ha intrattenuto con conferenze e immagini di piante rare e fiori incredibili.
Terra di grandi giardini quella attorno al lago Maggiore che ha dato vita a grandi giardinieri, su di loro grava, almeno in parte, il compito di mantenere nel tempo questi tesori della natura, a noi appassionati di queste opere d’arte viventi, il compito di farle conoscere e amare.
Un sentito ringraziamento a Renato Ronco e Dante Invernizzi che ci hanno dedicato il loro prezioso tempo in questa nostra avventura “giardinesca”, facendoci conoscere persone come Franco Carretti di Villa Taranto, Gianfranco Giustina durante la visita all’Isola Madre, Alessandro Corbellini grande appassionato di rose, la signora titolare del vivaio “La Margotta”, appassionata di camelie antiche, Giuliana Vormola di “Vivere il Verde” ed altri amici di Renato dei quali non ricordo i nomi.
Un saluto a tutti a nome mio e del Circolo di Giardinaggio del FVG “Amici in Giardino”
Romeo Comunello
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Renato Ronco
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martedì 31 marzo 2009
Profumi d’inverno – Non solo calicanto
Case& Country gennaio 2009
Il più conosciuto e amato è certamente il calicanto (Chimonanthus praecox), un arbusto, a volte alberello, spogliante che in pieno inverno produce fiori reclinati, di un colore giallo più o meno intenso e gola porpora scuro. Il suo profumo si sente a distanza, ed è sempre una sorpresa, perché arriva in una stagione da cui non ci si aspettata nulla. La sorpresa è anche dovuta al fatto che la sua fioritura non è mai scontata e non avviene sempre nello stesso periodo; influenzata dall’andamento stagionale o dai suoi capricci - le piante hanno ampliamente dimostrato di avere le stesse debolezze degli umani - può avvenire dall’inizio alla fine dell’inverno, in un arco di tre mesi.
E’ una pianta robusta, si adatta a tutti i terreni, non la spaventa la siccità estiva, caso mai sono i ristagni dell’acqua che possono provocare qualche problema alle radici.
Ai piedi del mio vecchio calicanto da sempre prospera un tappeto di violette selvatiche (Viola odorata), anche lei fiorisce in inverno, spesso verso la fine della stagione, ma mi capita di trovarla già a dicembre. Sul suo profumo nulla da aggiungere, si può trovare non solo nei boschi ma anche nelle profumerie. La varietà di colore viola, come il nome che porta, è la più profumata, predilige posizioni un po’ ombrose. Nei prati vicini, più luminosi, si trovano larghi cespi dai fiori bianchi o azzurri, più o meno pallido; generalmente queste non sono profumate, e contrariamente a quanto sostenevano i contadini, cioè che bisogna estirparle, altrimenti imbastardiscono e portano via il profumo alla vera violetta, non si disturbano a vicenda.
Altra regina dell’inverno è la Daphne, anzi le Daphne.
Daphne bholua, un piccolo arbusto più o meno sempreverde era proprio la più amata da Peter Smithers, portata direttamente delle montagne dell’estremo oriente nel suo speciale giardino, sopra Lugano (Svizzera), ha poi colonizzato il sottobosco. La fragranza dei suoi fiori di un pallido colore rosa è di “prima classe” e oltretutto fiorisce in inverno.
Daphne mezzereum è spontanea nei nostri boschi e sopporta i terreni calcarei.
Perde le foglie in inverno e i suoi fiori rosa e profumati anticipano la primavera.
Le Daphne sono allergiche ai trapianti e poco longeve, ma quando si trovano a loro agio si riproducono da seme spontaneamente.
Sarcococca confusa- Sarcococca hookeriana -Sarcococca digyna sono piccoli arbusti sempreverdi, quasi rustici che amano posizioni di mezza ombra e appartengono alla famiglia delle buxaceae.
Sono poco conosciute dai giardinieri e di conseguenza si vedono poco nei giardini.
Forse la causa è dovuta al fatto che la loro fioritura non è appariscente. I piccoli fiori bianco/verde sono un po’ celati dalle foglie, ma il loro profumo, nella seconda metà dell’inverno ripaga ampliamente chi l’ha voluta nel suo giardino.
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Renato Ronco
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giovedì 5 febbraio 2009
Rododendri - profumi e aromi
Pubblicato a cura della Società Italiana del Rododendro
su Rododendrinforma dicembre 2008
Sono pochi i rododendri dal profumo importante. Certamente uno dei più conosciuti dagli amatori è il Rhododendron fragrantissimum, e con questo nome non poteva essere diversamente. Il suo profumo è intenso e un po’ aristocratico; scaturisce da fiori bianchi, con l’esterno rosato, molto evidente quando il bocciolo è ancora chiuso.
Facile da riconoscere anche quando non è periodo di fioritura poiché le foglie, di dimensione media, sono decisamente pelose. Devo dire che risulta essere un po’ sensibile alle gelate intense; in realtà sopporta temperature anche a -10° se non durano troppo a lungo. Quando il freddo comincia ad essere intenso il picciolo delle foglie si piega e la pianta assume un aspetto triste, come se fosse appassita, ma le foglie non cadono. Nell’inverno 2001/2002, le temperature erano rimaste per oltre un mese sotto gli 0° anche di giorno. La terra nei vasi era diventata un blocco di ghiaccio, anche in mastelli di grande dimensione e riparati sotto i tunnel.
Moltissime piante sono morte: ad esempio tutte le camelie, (sto parlando di piante in vaso, in piena terra i problemi sono stati minori). Dei pochi R. fragrantissimum che avevo, diversi si sono salvati. In realtà le piante non muoiono per l’effetto diretto del gelo, ma per disidratazione, in quanto non riescono ad assorbire i pochi liquidi che sono necessari anche d’inverno, perché il terreno attorno alle radici è completamente gelato.
Molto bello l’aspetto quando c’è il rinnovamento delle foglie: quelle destinate a cadere assumono un caldo colore arancio, e restano a lungo sulla pianta, ottenendo un bel contrasto con quelle verdi che rimarranno ancora un anno.
Il Rhododendron iteophyllum ha il fiore quasi uguale, la foglia più piccola e lanceolata. Più resistente al freddo è però meno profumato. Sono belli e particolari i rami con la corteccia che si sfoglia vistosamente nel senso longitudinale - caratteristica rara per un rododendro.
Rhododendron luteum, conosciuto genericamente come “azalea mollis” produce mazzi di fiori gialli che diffondono un buon profumo. E’ certamente il più conosciuto, vigoroso e di crescita rapida, con la caratteristica, comune a tutte le mollis, di perdere le foglie in autunno, che assumono un caldo colore rosso prima di cadere. Sono mediamente più soggetti alle infestazioni di oidio, senza peraltro subire troppi danni.
Ho avuto anche il Rhododendron mucronatum, arrivatomi come azalea indica, botanicamente Rhododendron simsii, con caratteristiche simili, le foglie sono però più pelose e il portamento meno aperto. In inverno tende a perdere parte delle foglie. Il fiore è bianco e ricordo ancora un intenso profumo.
Se pochi danno rilievo al profumo dei fiori dei rododendri, ancora meno riconoscono una importanza per la fragranza più o meno speziata delle foglie dì alcune specie e cultivar.
Le enciclopedie e i libri che trattano questo genere di normalmente dimenticano di elencare tale qualità.
Devo dire intanto che il loro aroma non si sente a distanza, normalmente bisogna strofinare le foglie per coglierlo bene, anche se quando ne avevo diversi in coltivazione, nelle giornate di vento il leggero sfregamento dei rametti tra di loro diffondeva un esotico profumo di spezie che si avvertiva anche a distanza.
I R. con queste caratteristiche sono tutti con foglie mediamente piccole.
Il Rhododendron ‘blu diamon’ è conosciuto e coltivato per il colore dei suoi fiori. La fioritura è precoce e abbondante, la pianta si copre completamente di sorprendenti e luminosi fiori blu/viola. Le foglie sono molto piccole e se leggermente strofinate emanano una intensa, piacevole fragranza di spezie.
Rhododendron blu diamondViene considerato un R. nano, ma non è esatto. Ha un buon vigore e in pochi anni raggiunge facilmente i due metri di altezza.
Non è una specie, ma un ibrido, nato dall’incontro tra Rhododendro intrifast, e il Rhododendro augustini.
Rhododendron russatum arriva dalla Cina, la foglia piccola è simile al precedente, lo sviluppo però è più contenuto e il portamento più aperto. I fiori di un colore blu che può essere più o meno intenso, a volte leggermente più chiaro verso il centro, sono molto belli. Non è sempre facile distinguerlo da altri simili, più che dai fiori bisogna ricorrere al portamento per afferrare le differenze. La speziatura delle foglie è pressoché uguale al precedente.
Anche il particolare Rhododendron racemosum arriva dalla Cina.
Sono diverse le caratteristiche che lo rendono speciale: i fiori sbocciano non solo all’apice dei rami ma anche dalle gemme ascellari dei rami cresciuti nell’anno. Il loro colore varia notevolmente, dapprima è rosa intenso, aprendosi si può schiarire molto, ma ci può essere molta differenza da una pianta all’altra, dal quasi bianco al rosa carico.
Le sue foglie, strofinate, emanano un piacevole profumo che ricorda la noce moscata.
Curioso è il Rhododendron micranthum: molto minuto a partire dalle foglie, di un bel verde intenso. I fiori, bianchi, sono i più piccoli che conosco per un rododendro, sembrano quasi infiorescenze di biancospino.
Ci vorrebbe la fantasia di un sommelier per descrivere la lieve fragranza delle sue foglie se strofinate … un sentore di incenso con un fondo di menta.
Spesso l’olfatto può essere utile per riconoscere una pianta, e in questi particolari rododendri è senz’altro di aiuto, specie quando non sono presenti i fiori.
PUBBLICATO DA:
Renato Ronco
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7:16 PM
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mercoledì 17 dicembre 2008
Vischio - Viscum album
E’ una pianta molto strana il vischio, e come tale ha sempre attratto la curiosità degli uomini. Già il fatto di crescere su altri alberi giustifica questa curiosità. Se poi si osserva con attenzione come nasce, si resta affascinati dalle caratteristiche di questa pianta.

Potete anche seminarlo, ma è bene che ricordiate che è un parassita, qualcuno lo definisce un semi parassita, poi vedremo perché.
Il seme grigio verdastro e piatto è contenuto in una bacca, una opalescente perla piena di una sostanza appiccicosa detta viscina, così appiccicosa che veniva usata per catturare uccelli e anche topolini.
Una volta posato il seme su un ramo, preferibilmente di melo o quercia, (il ramo deve essere giovane, altrimenti le piccole radici che si sviluppano dal seme - si chiamano austori - non riescono a oltrepassare la corteccia) armatevi di pazienza e aspettate. Durante il primo anno, il seme non farà altro che infiltrare gli austori nel ramo che lo ospita e da adagiato che era si raddrizzerà. Però... la pianta che lo ospita ha capito che quella minuscola presenza è pericolosa! Tenterà di respingerlo, generando del tessuto in più, provocando un piccolo rigonfiamento per impedire agli austori di raggiungere i canali legnosi di conduzione, da dove assorbiranno la linfa grezza che sale dalle radici. Di solito, ma non sempre, vince il vischio e il secondo anno aprirà due minuscoli cotiledoni. L’anno successivo emetterà le prime due piccolissime foglioline. Sono passati tre anni, e praticamente se non si è più che attenti il nostro vischio non si vede ancora, ma ormai si è insediato, non lo spodesterà più nessuno. Le sue ramificazioni dicotomiche raddoppieranno ogni anno, ci vorranno 5-6 anni prima che raggiunga una dimensione apprezzabile di 10-12 cm. Da questo punto in avanti l’accrescimento è molto veloce e l’albero che lo ospita comincerà a patirne la presenza. Non pensate a questo punto, soddisfatta la curiosità, di poterlo eliminare per non mettere in pericolo la vita della pianta stessa: anche se viene asportato dalla base ricrescerà sul ramo dove si è insediato, allargandosi sempre di più. L’albero che lo ospita è condannato, ci vorranno anni, anche molti , ma alla fine il vischio avrà la meglio, e...morirà insieme a lui!
Da alcuni viene definito semi parassita perché sottrae all’albero linfa grezza, essendo provvisto di clorofilla la elaborerà “in proprio”, contrariamente a quelle piante parassite che ne sono prive (cuscuta, orobanche e la neottia nidus avis, una rara orchidea che si può incontrare nei prati prealpini) e che sono obbligate ad assorbire linfa elaborate dai vasi di conduzione librosi.
La diffusione del vischio è alquanto varia, ci sono zone, ad esempio nel nord ovest della Francia, dove la presenza è tale da provocare gravi danni. Nei boschi del torinese non l’ho mai visto, mentre si può osservare nell’alta Val Susa, in particolare sul Pinus silvestris.
Anche i poeti sono rimasti colpiti da questa pianta, tanto che il Pascoli gli ha dedicato dei versi in uno dei Primi Poemetti.
E’ una pianta sempreverde, di un indefinibile verde pastello, che con il freddo può assumere una leggera tonalità gialla. Dove è presente si può vedere con facilità d’inverno, quando gli alberi sono spogli (tranne i pinus); si noteranno dei globi sferici, simili a grandi nidi di uccello, a volte avvolgenti i rami degli alberi, a volte appesi ai rami stessi con degli esili fusticini. Le foglie sono insolite, oblunghe ottuse, con nervature principali parallelinervie, poco evidenti, lunghe 6-8 cm. e un po’ carnose.
Ancora oggi, anche da noi, viene considerata una pianta bene augurante e non può mancare nella notte di fine anno, dove resterà appesa alla porta; guai a buttare rami dell’anno precedente! Dovranno essere bruciati.
Come poteva una pianta così curiosa passare inosservata ai popoli antichi, così attenti verso ogni manifestazione della natura?
Infatti nella mitologia dei popoli nordici era una pianta magica, generata dai fulmini, poteva essere raccolto solo dai druidi, sacerdoti dei Celti, in certi giorni dell’anno, rispettando un severo cerimoniale, usando un falcetto d’oro e si raccoglieva esclusivamente dalle piante di quercia.
Nella Valle d’Aosta il comune di Saint-Denis lo festeggia ogni anno, la tradizione vuole che nell'antichità guarisse le malattie e proteggesse dalle epidemie che decimavano le popolazioni.
Veniva usato in pozioni e infusi, e ancora oggi sono elencate le molte qualità curative del vischio, ma è sempre più difficile trovarlo in erboristeria, sostituito in questo uso, da altre piante dagli effetti più sicuri e certi.
La famiglia delle lorantacee oltre a raggruppare una trentina di specie di vischio comprende anche i numerosi loranthus, tutti tropicali, tranne il loranthus europaeus (vischio quercino) simile al vischio ma con foglie più piccole e caduche, difficile da vedere, tant’è che io non l’ho mai notato.
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martedì 9 ottobre 2007
Aceri giapponesi - non solo foglie
E’ opinione diffusa che la stagione migliore per gli aceri sia l’autunno. Non si può certo negare che le colorazioni che assumono le loro foglie prima di cadere - praticamente tutta la gamma di sfumature possibili dal giallo al rosso più intenso - renda impareggiabile la loro vista nell’abito autunnale. La primavera però, forse meno vistosa, più da osservare come intenditori, offre delicate varianti, in particolare nelle specie e varietà “palmata”. La tavolozza si arricchisce con colori rosa più o meno intensi, impensabili nell’autunno, delicati merletti bianchi su fondi verdi o rosati, luminosi gialli, oltre ovviamente a tutta la gamma dei rossi. Tutte questi differenze cromatiche tendono a ridursi e uniformarsi con il sopraggiungere dell’estate.
Gli aceri non si possono certo considerare piante da fiore. I loro fiori sono piccoli, in genere di colore giallo/verde, per niente vistosi, non si fanno notare. Solo in qualche caso, come ad esempio nell’Acer japonicum e tutte le sue varietà, possono assumere una particolare attrattiva.

Sono sempre raggruppati in infiorescenze, e possono esserlo in vari modi: a spiga, panicolati (spiga con picciolo), racemo, corimbo e ombrella.
Ma poi seguono i frutti. Bisogna soffermarsi, osservarli con un minimo di attenzione per poterli “gustare”, scoprendo che non sono privi di fascino.
Sono delle disamare, i semi sono uniti a coppia simmetrica, variamente disposti a seconda delle specie e sono circondati da un’ala membranosa. Raggiungono la maturità di solito in autunno, in concomitanza con la caduta delle foglie. Al momento del distacco dai rami queste speciali membrane hanno il compito di favorire la disseminazione in quanto, come un paracadute, scendono lentamente, a volte girando vorticosamente e un po’ di vento può allontanarle dalla pianta che li ha generati.
Normalmente sono riuniti in grappoli, più o meno numerosi, a volte un po’ nascosti dalle foglie. A differenza dei fiori, che in tutte le piante hanno una durata mediamente breve, rimangono colorati per un periodo piuttosto lungo, praticamente dalla tarda primavera fino all’autunno. Possono assumere colori vari, molto belli e delicati e assomigliare veramente a fiori, con sfumature che dal verde arrivano al rosso.
Le varietà e cultivar con foglie gialle tendono ad avere i frutti rosso intenso, spesso con picciolo corto ed eretto, contrariamente alla generalità che li vede inseriti su piccioli lunghi ed esili che li rendono penduli.
Nella maggioranza dei casi, nelle varietà con foglie verdi o rosse che virano al verde in estate, i semi sono di un delicato colore rosa e, credo proprio grazie alla loro raffinata bellezza, quest’anno una specie rara - l’ Acer pubipalmatum - ha avuto un riconoscimento alla mostra mercato “Tre Giorni per il Giardino” che si svolge a Masino.
Non mancano i colori verde tenero, portati ad esempio dagli aceri del gruppo a foglia lineare, meno appariscenti ma non meno interessanti.
Credo che quando si intende acquistare una specie di acero, sia buona norma informarsi del colore che avranno le samare, anche se... saranno in pochi a sapervelo dire.
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domenica 9 settembre 2007
Il fascino della prima volta
Case&Country settembre 2007
Inevitabilmente vi è una prima volta, per tutte le cose.
Mi riferisco in particolare a piante che in una stagione danno tutto come un bulbo o un seme, che compie il suo ciclo nel breve tempo della primavera e dell’estate.
L’acquisto di un albero, che ci farà compagnia forse tutta la vita, non potrà dare un’emozione così intensa, perché anche se piccolo e tanto voluto, tanto aspettato, arriverà già con il suo aspetto e i cambiamenti saranno diluiti e prolungati negli anni della sua crescita.
Così ogni anno cerco sempre qualcosa di speciale per rinnovare le emozioni.
Quattro anni fa è stata la volta dei Cardiocrinum, poi i Cypripedium, dopo uno speciale Rheum, a cui è seguito l’Abutilon megapotamicum, l’alchechengi e la Phytolacca dioica.
Quest’anno sono caduto in una specie di bulimia per le piante nuove (per me), l’elenco è ricco, e lo riporto in ordine casuale:
Euriale, Victoria, Nymphea blu, Alpinia, ma anche il pioppo cinese e l'Arundo variegato, il tomatillo, il banano da frutto e altri, che involontariamente passano in secondo ordine.
Molte volte una pianta particolare dobbiamo cercarla, non è sempre facile trovarla, ma può essere anche un’incontro casuale, che accende una curiosità, una scintilla, così è stato per l'Alpinia.
Non avevo mai preso in considerazione l'Alpinia zerumbet; conosciuta nel bellissimo e particolare “Giardino Piacenza” nei pressi di Ventimiglia, aveva destato la mia attenzione, anche perché risultava moderatamente rustica. Ero stato in inverno ed era in buona salute, con le foglie verdi.

Poi, a fine estate, un breve viaggio in Portogallo, una sosta vicino a Porto, mi inoltro in uno stretto sentiero, nell’incolto, e sotto alti pioppi, sul bordo di un ruscello tra i rovi, scopro un folto gruppo di Alpinia. Cresciute in ombra erano alte quasi tre metri. La maggior parte erano state tagliate malamente perché infestanti, stavano colonizzando un prato vicino; le poche in piedi, con i fiori “passati” erano oltre il ruscello. Non potevo rinunciare a portare a casa qualche pezzo di rizoma, non senza difficoltà a sradicarli, tra le spine e le radici dei rovi.
Tornato a casa, la prima sorpresa, vedere che per tutto l’inverno, in una serra fredda (min. 5°) hanno continuato a vegetare, tanto da doverle rinvasare.
In me sono però iniziati ad insinuarsi i primi dubbi!
In primavera senza più freni hanno cominciato ad allungarsi, in una serie di rinvasi sono arrivate rapidamente a un mastello di 40 cm, poi ho smesso io di aumentare il vaso, non loro di crescere e infoltirsi.
Non ero e non sono un esperto di alpinie, quelle che ricordavo di aver visto nel giardino Piacenza, le foto sui miei libri, su internet, erano un po’ diverse, ma erano piante cresciute in ambienti più luminosi e meno freschi, logico che l’aspetto non coincidesse. Però... qualcosa continuava a non sembrarmi giusto.
Ho atteso con impazienza la fioritura, che mi avrebbe consentito di dissipare i miei dubbi.
Non era un’Alpinia, ma una Canna indica. Gigante!
Ha superato i tre metri, con un fiore abbastanza piccolo, di un delicato colore arancio, ma la pianta è bellissima.
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mercoledì 1 agosto 2007
Il fascino degli alberi maturi
Mi avvicino sempre con una sorta di timidezza, di rispetto, agli alberi importanti.
Li considero testimoni di mille avvenimenti, testimoni silenziosi ma carichi dei segni, delle cicatrici di tutto quanto è successo attorno a loro nei secoli, a volte millenni. Questo aver resistito, essere sopravvissuto a tante avversità li pone ai miei occhi, come dei saggi che ci possono dispensare, nel loro silenzio, serenità, saggezza, forza.
Per questi motivi amo passeggiare sotto a questi alberi, e preferisco essere da solo, non vengo distratto, non mi faccio fretta, e sento di entrare in una sorta di sintonia.
Nella memoria popolare spesso costituivano una sorta di “punto cospicuo”, erano usati come luogo di incontro, di appuntamento, si trovavano all’incrocio di strade o sentieri, erano già rispettati nei tempi antichi.
Preferisco i tronchi con cortecce profondamente incise, con rami importanti, nodosi, contorti e inseriti in basso sul tronco principale, ad angolo più retto che acuto.
Nei faggi, che hanno invece la corteccia liscia, mi fermo ad osservarne radici; partono dal tronco e corrono sul terreno, formando un reticolo affascinante via via sempre più intricato, che ingloba i sassi, o li circonda e aggira se troppo grossi, dando un’impressione di grande stabilità della pianta.
A volte la grande lunghezza della loro vita li ha parzialmente mutilati per i più svariati motivi, e parte dei loro rami monchi si stagliano nel cielo. Trovo splendide queste viste, e allora penso... che peccato che non possa essere così anche per le persone! Più le persone invecchiano e, specie ai tempi nostri, più gli si perde di rispetto. Diventano presenze spesso ingombranti e fastidiose e la loro vista... purtroppo non affascina come quella dei vecchi alberi.
Nei pressi di Torino si trova uno di questi alberi, forse il più imponente d’Italia, un vero monumento; sono rimasto incantato la prima volta che ho potuto vederlo, tanto che ho voluto ritornare per poter godere con maggior calma della sua compagnia.
Sto parlando del cedro di Montalenghe, (Cedrus atlantica). E’ cresciuto in modo inconsueto per un cedro; normalmente i cedri hanno un unico possente tronco, in questo caso invece otto enormi branche partono dal livello del terreno.
Un ramo del diametro di quasi 50 cm. si protende curiosamente per una decina di metri a valle, per poi, dopo un improvviso gomito risalire; ci si può sedere e dondolare, la sua lunghezza gli consente una flessibilità come una specie di altalena.
Anche la storia del parco che ospita da quasi 300 anni questo albero eccezionale è stata ricca di eventi. La proprietaria lo donò, insieme alla grande villa del 700 ai Salesiani, successivamente venne acquistato dalla Fraternità Sacerdotale S. Pio X, fondata da Monsignor Marcel Lefebvre, e per anni è stato un luogo di incontri e ritiri spirituali.
Recentemente è ritornato in mani private. Ho parlato con il nuovo proprietario e mi ha rasserenato sapere che tiene in giusta considerazione il grande cedro.
Mentre nel volgere del tempo accadevano questi avvenimenti, lui... silenziosamente continuava e continua a crescere.
I Cedrus atlantica sono originari delle montagne dell’Atlante appunto, tra l’Algeria e il Marocco. Da noi si sono trovati benissimo, anche le specie Cedrus deodara, proveniente dall'Himalaya e Cedrus libani, sempre più raro nelle montagne del Libano. Fino a pochi anni fa venivano molto utilizzati nei nostri giardini, ora stanno passando di moda, come tutte le conifere. Peccato.
Qualcuno si augura che il parco venga aperto al pubblico, io spero proprio di no. Mi vedo già ragazzi che si dondolano su quel ramo speciale e si arrampicano sui tronchi danneggiandoli. Questo albero è un vecchio patriarca e come tale non bisogna importunarlo. Ora gode di ottima salute, è stato seguito e assistito con competenza e amore ed è inserito nello speciale elenco previsto dalla legge regionale 50/95 per la tutela e valorizzazione degli alberi monumentali del Piemonte.
Al Comune di Montalenghe, immerso nel verde e circondato da bellissimi boschi di castagno, non mancherà certo, come non è mancato finora, questo spazio verde. E’ auspicabile però la disponibilità da parte dei proprietari al fine di permettere la visita a chi è interessato ad ammirare questo esemplare unico, come una rara opera d’arte.
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lunedì 4 dicembre 2006
La magia di un innesto
La storia dell’innesto si perde nel tempo, molto lontano.
Pare che i soliti cinesi, già 7/8000 anni or sono conoscessero questa tecnica.
Come potevano non nascere leggende sull’origine degli innesti? Una di queste leggende attribuirebbe addirittura a Saturno il merito di aver insegnato agli uomini questa operazione.
Ma, senza voler disturbare gli dei, senz'altro l’innesto nasce dalla curiosità e dall’attenzione degli uomini: in tempi remoti avranno visto due rami che per il prolungato contatto si erano saldati e probabilmente da quell’osservazione, lentamente è partito tutto.
Innesto di Cornus florida.
Dopo 25 giorni si nota la
crescita di callo cicatriziale
che ha saldato i tessuti
della marza con il portainnesto
Questa tecnica ha contribuito, da circa un millennio, a riprodurre molti degli OGM che noi osserviamo nei giardini o gustiamo a tavola: ogm vuole dire organismo geneticamente modificato, e tutte le piante che si coltivano sono ormai state modificate dall’uomo, con la selezione e con l’ibridazione - naturale o “assistita”- oppure isolando mutazioni spontanee di parti di una pianta. Gli ogm che oggi spaventano molti, benché finora nessuno abbia potuto provare quali danni possano causare, sono gli organismi geneticamente “manipolati”, dove l’uomo interviene direttamente sui cromosomi.
Il vero boom degli innesti risale all’avvento della fillossera. Per poter superare questa avversità, che uccideva tutte le viti, si è ricorso all’innesto su una specie di uva resistente a questa malattia.
Ma non è della storia degli innesti che volevo parlare, bensì di un tipo di innesto molto facile, alla portata di tutti e che offre la possibilità di ottenere i risultati suddetti anche in stagioni e situazioni non propizie all’esecuzione di questo intervento.
Sui testi che trattano di innesti ancora oggi si insegnano le stesse varie tecniche descritte da oltre 50 anni. La storia dell’innesto di cui vado a parlare è molto più recente e non l’ho mai trovata sui testi. Non sarà, come io sostengo, (facendomi dei nemici sia tra gli autori che tra i professionisti del settore che non vogliono vengano divulgati i segreti del mestiere) che i libri vengono scritti copiando ampliamente dai precedenti, vedi le solite bibliografie?
Il problema che limita drasticamente queste possibilità, è dovuto al fatto che non basta prelevare un piccolo rametto, dove intendiamo innestare il medesimo dovremmo avere disponibile un selvatico, ossia una pianta compatibile su cui innestarlo; a proposito, per conservare il rametto, che deve essere “maturo”, è necessario, appena raccolto, privarlo delle foglie senza danneggiare le gemme, bagnarlo con acqua pulita e riporlo in un sacchetto di nylon, tenendolo nel posto più fresco possibile. In questo modo può resistere qualche giorno, con un frigo a disposizione anche qualche mese.
L’operazione dell’innesto è molto semplice da vedere, meno da descrivere, ma ci provo, semplificandola al massimo. Nella pianta ospitante, il cui tronchetto, come misura ideale, dovrebbe essere poco più grande di una matita, si deve ridurre la chioma di un terzo, quindi si pratica un’incisione - di solito poco sopra al colletto - lunga 2 cm. circa, partendo dall’alto verso il basso e andando in profondità, a questo punto si inserisce il rametto dove, con due tagli, sarà stata fatta la punta come un cuneo. E’ indispensabile che le cortecce combacino almeno da un lato.
Legate con un elastico, 3/4 giri sono sufficienti. A questo punto l’innesto è finito, ma... il segreto viene adesso!
Il tutto deve essere avvolto come una caramella con un foglio impermeabile, si può usare in pezzo di nylon bianco opaco (come quello delle borse di plastica), in questo modo si crea un microambiente ricco di umidità che stimola la generazione di abbondante callo sia nel soggetto che nella marza, quest’ultima viene anche difesa dall’eccessiva traspirazione.
Non resta che aspettare che si compia la magia.
Dopo 25-30 giorni si può togliere la protezione.
Con questa tecnica si possono riprodurre piante “difficili” come gli aceri giapponesi, che non attecchiscono con gli innesti tradizionali o altre piante come quelle da frutta anche in stagioni non giuste, praticamente il periodo inizia da fine maggio a fine settembre, ma può anche essere più lungo.
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venerdì 1 dicembre 2006
Salvatore Paparella
Sono pochi i veri giardinieri impegnati negli enti pubblici, e sono pochi per diversi motivi; di solito è un lavoro poco pagante e poco appagante, le soddisfazioni sono scarse, l’autonomia, le iniziative sono sempre molto limitate, e per il vero giardiniere, che è un artista della natura, sono grandi limitazioni.
Salvatore è uno di questi giardinieri, e voglio raccontare la sua storia.

Proviene da una scuola storica, la “Scuola Apprendisti Giardinieri G. Ratti”.
Per me questa scuola è storica per due motivi, uno personale, perché molti anni prima di Salvatore l’ho frequentata anch’io; l’altro motivo è perché oggi praticamente non esiste più.
L’aveva voluta, creata, il compianto Cav. Giuseppe Ratti, ma da quando non poté più occuparsene personalmente la scuola cominciò lentamente il suo declino, responsabili anche persone prive di lungimiranza ma soprattutto prive dell’amore e della passione per le piante e la natura che contraddistinse il Cav. Ratti.
In questa scuola Salvatore, come molti altri prima di lui e alcuni dopo, studiarono per tre anni giardinaggio, agronomia, botanica, storia dei giardini, disegno; meno impegnative erano italiano, storia, geografia, matematica. Molto tempo era riservato alla pratica, suddivisa in esercitazioni su coltivazioni in campo e in serre calde; queste “lezioni pratiche” erano finalizzate alla produzione di piante che poi usavano i giardinieri del Comune, e questo legame a una produzione reale è stato molto importante. Dopo i tre anni seguiva un periodo più o meno lungo, che poteva durare anche due anni, dove si lavorava praticamente a tempo pieno. Ho un ricordo di ottimi insegnanti, qualcuno anche senza laurea, forse per questo motivo migliori, perché più “pratici”.
La scuola era del Comune di Torino, per cui lo sbocco quasi naturale era quello di diventare giardiniere comunale, tranne i pochi che avevano un’azienda di famiglia che li aspettava e quelli che iniziavano una attività nuova.
Ma, un po’ come dice Morandi in una canzone - uno su mille ce la fa - terminata la scuola si dimentica tutto, anche quando sono scuole creative come quelle che devono formare giardinieri. Nel nostro caso, sono più generoso; molto pochi, ma qualcuno di più di uno su mille hanno dimostrato una passione per il mondo delle piante e dei giardini; quella passione che porta a continuare a documentarsi, spesso su libri inglesi - la nostra patria non ha una grande storia giardiniera - a visitare giardini botanici, a incontrare altri con cui condividere gli stessi interessi. A volte, nell’ambito degli enti pubblici, il vero giardiniere deve anche fare altri sacrifici, per rimanere vicino fisicamente ai fiori e alle piante deve un po’ rinunciare alla carriera. Molti degli allievi della scuola Ratti sono diventati funzionari e dirigenti, ma più si sale più si diventa burocrati, si perde il contatto con la terra, si maneggiano solo più carte, non piante.
A questo punto è chiaro che Salvatore è uno di questi pochi, e poiché finita la scuola giardinieri sentiva il bisogno di ampliare le sue conoscenze, frequentò il liceo artistico che contribuì notevolmente a completare la sua formazione; ma nei suoi ricordi, la Scuola Giardinieri Ratti resta sempre al primo posto.
Dapprima Salvatore si occupò della riproduzione e coltivazione delle piante nelle serre del Comune; il primo indispensabile passo per essere giardiniere, poi vennero notate la sue capacità creative e per un certo periodo si occupò delle aiuole dei giardini comunali. Da qualche anno a Torino si può osservare una maggior attenzione nella realizzazione delle aiuole; abbiamo visto l’introduzione di nuove piante a fioritura annuale, ma anche l’impiego di arbusti da fiore e da foglia a fare da sfondo, dove possibile; le aiuole hanno preso uno slancio nuovo e, cosa non secondaria, richiedono minor impegno per la manutenzione nell’arco dell’anno. Questi risultati sono merito non solo di Salvatore, ma di tutto il gruppo di lavoro e della coordinatrice responsabile.
Pur restando sempre nello stesso gruppo, Salvatore ha nuovamente cambiato attività, ora si occupa della decorazione degli interni. Prima di lui era relegata ai soliti philodendri e ficus negli uffici più rappresentativi; ora è diventato un settore molto importante, ed è qui che forse il liceo artistico segna il suo percorso.
Le olimpiadi di Torino hanno avuto il merito di dare slancio a molte attività, anche a questa, e Salvatore dispone di una buona squadra. Malgrado il nuovo lavoro lo impegni molto, non manca di partecipare all’allestimento delle principali mostre floreali a cui il Comune di Torino storicamente, partecipa.
Credo che qualcuno avrà notato dei cambiamenti nelle aiuole dei giardini comunali, senz'altro un maggiore impegno. Vedo però, con un po’ di perplessità, un fiorire di aiuole dove si fa un largo uso di ciottoli bianchi che nel caso della foto forse vogliono ricordare le passate olimpiadi invernali; spero di non vedere in seguito anche vetri o altri materiali colorati, finora riservati a qualche mostra e che un po’ mi inquietano. Non so se Salvatore approvi questa novità, non ho voluto fargli questa domanda, non volevo imbarazzarlo, ho visto per altro che in più di una circostanza non disdegna l’accostamento di materiali moderni ai suoi fiori.
Si comincia a fare largo impiego di bulbose; una distesa di narcisi ha colorato l’inverno delle olimpiadi Torinesi. Ho visto crocus emergere da radi prati in tratti di banchine stradali, timide presenze che inteneriscono con i loro fiori delicati. Mi sono sorpreso a scoprire di essere contento di trovarmi con l’automobile fermo in coda, mi consentiva di goderne la vista. Spero che altri li abbiano notati e apprezzati come me.
Guardando il giardino di Salvatore penso che era più importante, quantomeno meno effimero, il lavoro che svolgeva nelle aiuole e nei giardini, ma lui è soddisfatto di questo nuovo lavoro, dove senz'altro la sua creatività ha più spazio e più indipendenza.
Il suo giardino è molto piccolo, ma è un grande giardino!
Richiama i cottage-garden inglesi, nell’apparente disordinata esuberanza, dove in realtà ogni pianta, ogni particolare, ogni presenza, non è casuale.
In uno spazio molto limitato è riuscito a inserire anche un laghetto con un ponticello, cosa che ritengo non possa mancare in nessun giardino degno di questo nome.
In modo molto soft, compaiono elementi artistici da lui creati, frutto degli anni passati al liceo; l’opera più appariscente è il “calco” della sua figura che guarda emblematica dal balcone del primo piano della casa.
Ma il giardino di un giardiniere non può mai essere finito, in questi giorni sta rinnovandone una parte, non era necessario, ma nuove idee prendevano il posto delle vecchie: il giardiniere è un artista sempre un po’ irrequieto.
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Domenico Montevecchi
Per molti la botanica è stata una scoperta, una passione improvvisa. Non per Domenico, per lui è stata un percorso continuo, che lo ha accompagnato e lo ha arricchito per tutta la vita, e che ora, dopo quello che è riuscito a realizzare, continua ad accendere i suoi occhi quando parla “di piante”, delle sue piante e di quelle che ha visto in giro per il mondo; perché ha girato molto il mondo, ma non come turista.
E’ una persona da ascoltare Domenico. Da ascoltare perché ha molto da dire, e lo dice in modo diretto, senza timori o riserve.
Ma soprattutto da ascoltare perché, per quanto si creda di sapere, da lui si possono imparare tante cose, per le sue esperienze dirette, e proprio le cose pratiche, che sono le più utili e importanti.
Ha conosciuto molta gente nella sua vita; persone che gravitano attorno alle piante e alla natura, spaziando dalle università agli orti botanici di mezzo mondo e che gli consentono, come pochi anni or sono, di andare in Cile per sue particolari ricerche e avere i permessi per poter visitare zone vietate ai turisti.
Ha avuto anche lui la grande ricchezza, la grande fortuna, di aver avuto una storia contadina, di essere cresciuto a contatto con la terra. Negli anni della gioventù era frutticoltore, uno dei primi che coltivò l’actinidia in Italia, e ha mantenuto quello stile, quella praticità, quella concretezza indispensabile per avere successo quando si intraprende una nuova coltivazione.
Le piante si devono prima conoscere, poi una volta iniziata la coltivazione, quando è necessario vanno curate, non piantate e abbandonate. Purtroppo non è vero che le piante ben seguite non si ammalano e, tanto per fare un esempio, pensate a quanti trattamenti è necessario fare all’uva per potere poi bere un buon vino. Solo in quel modo è possibile raggiungere i risultati che ha ottenuto lui. Ma bisogna avere le sue conoscenze per sapere, per esempio, che si può, che si deve usare un certo tipo di diserbante senza fare danno alcuno ed ottenere enormi vantaggi pratici.
Il suo è un giardino speciale, e a renderlo speciale concorrono molte cose.
Prima di tutto l’enorme numero di specie e varietà che sono ospitate, 3500 circa.
L’essere riuscito a far crescere e prosperare piante prettamente tropicali, sfruttando un microclima della zona particolarmente mite.
L’aver diviso il giardino in zone fitoclimatiche, cogliendo le strane differenze di temperature invernali che caratterizzano il giardino.
Tutto questo è stato realizzato in una superficie abbastanza contenuta (12000 mt.), ma senza creare una “grande insalata” come spesso avviene quando si vogliono concentrare collezioni di piante in superfici limitate. E’ riuscito a raggruppare le piante in “insiemi” particolarmente interessanti conservando spazi aperti che danno respiro al giardino (e dove inevitabilmente continuerà a introdurre nuove piante)
Il suo è un vero e proprio giardino botanico. Ho visitato orti botanici ben più limitati, dove i responsabili non conoscono neanche tutti i nomi delle piante che ospitano. Domenico di ogni pianta sa la storia, e alcune sono veramente curiose - come per esempio quella di un arancio particolare arrivato in modo rocambolesco dalla Cina.
Non è facile poter osservare in uno spazio tutto sommato limitato collezioni di eucalyptus, 100 varietà di sempervivum, 60 di felci, bambù, rose botaniche; e poi Cinamomum camphora, Firmiana simplex, il raro Cupressus casmirianum, Victoria regia, Euriale ferox, un gruppo di enormi gunnere e poi, e poi...
La mia visita è avvenuta nel mese di novembre, non ho potuto vedere lo splendore degli stagni che richiamano ambienti tropicali, le fioriture delle bulbose primaverili a molto altro. Le fotografie che presento sono state riprese in quella giornata, ma tornerò certamente in un’altra stagione per aggiungere altre impressione e nuove fotografie.
Il Giardino Botanico di Domenico Montevecchi si chiama Villa Bricherasio, si trova a Saluzzo (Cuneo, Piemonte), è visitabile il sabato e la domenica dal 25 aprile al 30 ottobre, il biglietto costa 5 euro, meglio telefonare prima - 0175 41061 cell. 3408054313 - ed accertarsi se può accompagnarvi, perché lungo il percorso il suo raccontare le piante e rispondere alle vostre domande contribuirà ad arricchire tutto ciò che di bello e di speciale si presenterà ai vostri occhi. Se venite da lontano vale la pena prendere in considerazione anche una visita alla città di Saluzzo e alle sue valli.
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Renato Ronco
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Gianfranco Giustina
Ci sono parchi storici importanti, per le presenze di importanti costruzioni come grandi ville o castelli. Sono di solito di proprietà pubbliche, Regioni, Stato. Imponenti alberi secolari trasmettono un fascino d’altri tempi. Sono quelli che io definisco i parchi morti!
Vivono per il passato, non hanno giardinieri che se ne occupano, non hanno curatori all’altezza, passeggiando nei loro maestosi parchi mi sembra di percorrere un cimitero monumentale. Niente si rinnova, vivono grazie alla lungimiranza e alla capacità delle persone che li hanno creati; e non è vero che mancano i fondi. Mancano le persone!
I Giardini delle isole Borromeo, grazie a Giustina, sono vivi e vivaci. Immediatamente c’è questa percezione. Ogni passo, ogni angolo del giardini dell’Isola Madre, porta un segno della sua attenzione, della sua presenza.
E’ ben vero che un’isola in mezzo ad un lago offre delle opportunità climatiche invidiabili, ma bisogna saperle cogliere, bisogna avere la capacità, ma anche l’umiltà di provare.
Nel caso di Giustina e dei “suoi” giardini, si è inoltre verificato quel raro evento che determina la differenza in un giardino; non è mancata la fiducia, la disponibilità e il gusto dei Principi Giberto e Bona Borromeo, che non hanno posto limiti alla passione del loro giardiniere, meglio dire direttore dei loro parchi.
Giustina ha avuto un’altra grande opportunità, che è mancata a me e che gli invidio molto. Ha potuto incontrare, misurarsi, con i più grandi e famosi giardinieri che arrivavano da tutto il mondo per visitare questo paradiso. Il lago Maggiore è sempre stato molto amato, specialmente dagli inglesi, basta pensare al Cap. McEacharn, che ha creato un’altro tesoro, Villa Taranto.
La compianta Baronessa Jelena De Belder volle averlo suo ospite per una intensa settimana giardiniera, e lui ricorda con commozione gli scambi di esperienze e, tra le altre cose, la sua insuperabile collezione di Hamamelis.
Anche con Sir Peter Smithers è nata una stima, un’intesa che dura da molti anni, e Giustina ritiene di aver avuto molto dalla sua amicizia; io aggiungo che sicuramente è stato uno scambio, qualcosa avrà avuto senz'altro anche Sir Peter Smithers.
La passione per le piante era sicuramente nel suo genoma e lui stesso racconta che a sei anni faceva già le talee di gerani. Forse i nonni contadini gli hanno trasmesso queste peculiarità.
Più avanti, la prima scuola di giardinaggio, poi il trasferimento a Sanremo presso l’Istituto professionale per l’Agricoltura “Domenico Aicardi”.
La Riviera dei Fiori offriva molte opportunità “extra scolastiche” al giovane Giustina: le frequentazioni di Villa Hanbury, i giardini delle grandi ville, i floricoltori, il giardino esotico di Montecarlo. Tutto questo costituì il suo percorso formativo che tutt’ora continua perché un giardiniere è come un ricercatore, c’è sempre qualche nuovo obbiettivo da perseguire.
Negli anni è stata una ricerca, una sperimentazione continua e che continua.
E’ riuscito a raccogliere collezioni uniche di generi e famiglie anche molto lontane tra di loro; sono 22 le diverse glicini che si possono ammirare all’Isola Madre, e poi le le magnoliaceae che non si fermano al genere Magnolia, ma comprendono le Manglietie e le Michelie. La collezione di theaceae, con specie di difficile ambientazione è la più vasta che io abbia mai visto.
E’ riuscito ad ambientare, anche per il particolare microclima dovuto alle acque del lago, piante che non si vedono a queste latitudini, quando è necessario ricorrendo a lievi protezioni invernali, studiate pianta per pianta; in questo modo le grandi felci australiane (Cyathea, Dicksonia) non devono più essere ritirate durante l’inverno.
Lungo il muro sud della grande villa crescono da dieci anni le Boungavillee. Da qualche anno fioriscono le rare Protee e delicati Jasminum ricordano la loro presenza con la fragranza dei fiori, che si unisce al profumo della storica collezione di agrumi che lui stesso ha ricostituito. Con queste scelte difficili, Giustina vuole stupire e meravigliare i visitatori, in particolare i molti provenienti dall’estero, sempre più preparati e avidi di piante rare; gli stessi intenti dei grandi giardinieri del passato.
E poi c’è il suo giardino, a Borgomanero dove abita, sempre in trasformazione, sempre da finire, perché i giardinieri - così è anche per me - sono molto riflessivi quando si tratta di fare il proprio giardino, possono apparire anche lenti nel prendere decisioni, soprattutto, non sono mai soddisfatti dei risultati. Ogni cosa, dalla pianta più minuta a qualsiasi oggetto o pietra introdotta, deve essere al posto giusto, come diceva Russel Page, la posizione giusta è una e una sola, sia come ubicazione che come verso. Questa grande ricercatezza non appare proprio, anzi, un giardino deve trasmettere emozioni lievi e naturali. Non deve vedersi questo grande lavoro che è stato fatto a monte per raggiungere l’equilibrio visivo dell’insieme.
Immagino le complicazioni - molte di più per Gianfranco che non per me - ogni volta che un amico speciale le regalava una pianta particolare per il suo giardino. E’ molto difficile introdurre una pianta nuova in un giardino già “pensato”, eppure la preziosità della pianta, il rispetto per l’amico che l’ha regalata, spesso obbliga ad aggiungere una splendida pianta che può alterare non tanto l’equilibrio del giardino, ma piuttosto l’equilibrio che noi abbiamo immaginato.
Oggi Giustina sovrintende il lavoro di venti giardinieri, ma nel 1976, quando iniziò la sua particolare avventura con i Giardini Borromeo, non è stato facile.
Un giardino su un’isola è un paradiso e un sogno di tutti, ma bisogna dire che i problemi non mancano. Su un’isola, tutto deve essere portato, compresa la terra e la ghiaia, e la superficie della sola Isola Madre è di quasi otto ettari!
Giustina per tutta la settimana si occupa non solo dei giardini delle due isole e dei problemi connessi, spesso viene anche richiesta la sua partecipazione a dibattiti e conferenze; insomma, la settimana è molto piena e il tempo da dedicare al suo giardino molto ridotto.
Gli manca anche il tempo per un’idea che ha in testa, e io spero proprio che riesca a realizzarla: riunire le esperienze di una vita in un libro. Avrebbe molto da raccontare, e mi piacerebbe che parlasse non solo delle sue esperienze nel campo delle piante, ma anche dei personaggi importanti e non, che ha conosciuto e che si possono incontrare solo in pochi posti speciali, come l’Isola Madre.
PUBBLICATO DA:
Renato Ronco
alle
8:15 PM
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Joseph Rock
Sorprende scoprire come personaggi con esperienze e cultura lontane dalla botanica si siano appassionati alle piante fino a
dedicare loro la vita.
Il più emblematico è forse Joseph Rock.
Nato a Vienna, dove suo padre era il maggiordomo di un conte polacco, da bambino era attratto dagli ideogrammi cinesi, che iniziò a studiare.
Vienna gli stava stretta, la lasciò presto per farsi assumere come cameriere su un transatlantico, arrivando così a New York nel 1905.
Fece il lavapiatti e altri umili mestieri, ma nel frattempo imparò una decina di lingue, tra le quali il cinese.

Divorato da un insaziabile desiderio di viaggiare e, pare, anche provvisto di una formidabile faccia tosta, sbarcò alle isole Hawaii. Subì immediatamente il fascino della natura lussureggiante dell’isola e poco dopo la botanica diventò la sua principale ragione di vita.
Riuscì ad ottenere l’incarico dal Dipartimento per l'Agricoltura americano di predisporre un erbario, cominciò a scrivere articoli sulla flora delle isole e in breve tempo diventò insegnante di botanica all'università delle Hawaii.
Ma anche le Hawaii erano piccole per uno spirito irrequieto come il suo.
Tornato a Washington riuscì ad avere la nomina a ricercatore botanico ed esploratore agricolo per la Cina occidentale, una superficie immensa, piena di piante sconosciute all’occidente.
Iniziò così, nel 1922 la sua affascinante avventura da botanico autodidatta.
Nelle spedizioni, che duravano mesi , Rock si spostava con lunghe carovane scortate da decine di soldati nelle remote province dell'Asia, in un mondo sconosciuto, affascinante e anche pieno di insidie. Si faceva trasportare su di un palanchino, nelle soste un cuoco che aveva istruito personalmente gli serviva i pasti su tovaglie ricamate, con posate e piatti d’argento. Rock si sedeva su una pelle di leopardo ed aveva sempre una scorta di vini e liquori pregiati a disposizione.
All’inizio aveva un incarico specifico dal governo: scoprire da dove si ricavava l'olio di chaulmoogra e procurarsi la materia prima (si ricavava e si ricava ricava tuttora dall’ Hydnocarpus kurzii , una pianta appartenente alla famiglia delle Flacourtiaceae) che si riteneva un valido rimedio contro la lebbra.
Ma Rock non era adatto a seguire i vincoli impostigli, i suoi occhi irrequieti vedevano paesaggi di indescrivibile bellezza, piante e popoli sconosciuti.
Passò al servizio del National Geographic Society e arricchì la sua passione per la botanica con lo studio delle popolazioni locali.
Purtroppo non pubblicò mai un trattato completo sulla botanica cinese, ma scrisse moltissimo in merito e soprattutto migliaia di esemplari di piante sconosciute raggiunsero l’America grazie a lui.
Moltissime piante sono state scoperte e classificate da Rock, e lo testimoniano con il nome, come l'Omphalogramma rockii, la Primula rockii il Rhododendron rockii e, sicuramente la più conosciuta, la Paeonia rockii.
Rock anche se il più famoso e stravagante, non fu il solo personaggio conquistato dalla botanica; anche Augustine Henry, ad esempio, che era un ufficiale medico, diede il suo nome a diverse specie di piante che aveva scoperto.
Alcuni missionari, oltre a fare opera di apostolato, si appassionarono alle piante, tra questi un francese, padre David, fu il primo a vedere e descrivere in occidente il mitico albero delle colombe.
La Davidia involucrata, così battezzata in sua memoria, è più conosciuta da noi come l’albero dei fazzoletti; il nome comune deriva dalle vistose brattee bianche alla base dell’infiorescenza.
Il torinese Carlo Allioni, fu uno dei più insigni botanici del 1700. Anche Allioni iniziò con una laurea in medicina, per poi passare alla botanica approfondendo gli studi sulla classificazione delle piante seguiti, dopo 25 anni di ricerca, dalla corposa pubblicazione della Flora Pedemontana; l’Orto Botanico di Torino gli deve molto.
Anche ai tempi nostri, il fascino delle piante continua a colpire, e a Gian Lupo Osti , direttore e amministratore delegato di importanti aziende, 30 anni fa cambiava la vita. Si trovava a New York, incuriosito per l’interesse manifestato da Zhou En Lai (primo ministro della Cina, recatosi per la prima volta in America all’assemblea generale dell’ONU) per un giardino di peonie che voleva visitare a tutti i costi, riuscì ad ottenere anche lui un invito; rimase talmente sbalordito dallo spettacolo di quelle piante in fiore che la sua vita ebbe una svolta.
Lasciato il lavoro iniziò a cercare, studiare e a coltivare nel suo giardino di Bolsena le peonie europee, solo erbacee; poi il grande passo, è andato in Cina - l’unico posto al mondo dove si trovano peonie arboree allo stato selvatico - per due lunghe spedizioni di ricerca, coronate da un grande successo: ha scoperto una nuova specie che i cinesi hanno voluto battezzare in suo onore Paeonia ostii. Osti si sta occupando nuovamente delle peonie erbacee mediterranee, e in Sicilia ha da poco ritrovato la Paeonia mascula Russii, una specie ritenuta scomparsa. Nel 1997 ha pubblicato un bellissimo libro sulle peonie arboree, frutto dei suoi viaggi in Cina; recentemente ha pubblicato un nuovo libro sulle peonie erbacee spontanee nell’area mediterranea.
Oggi è molto difficile scoprire piante nuove, anche se sicuramente ce ne sono ancora; occorre avere molto tempo e disponibilità per poter viaggiare.
Io, appassionato, osservatore e sognatore, con una predisposizione quasi genetica verso la natura non ho avuto l’opportunità di vivere queste avventure, forse per i casi della vita, o mi è mancato l’ardire di Joseph Rock, sicuramente la sua faccia tosta.
Mi devo accontentare di ricercare piante rare, scoperte da altri, difficili però da procurare e da coltivare, ma credo che le emozioni che ne ricavo nel vederle crescere siano altrettanto appaganti.
http://archivio.lastampa.it/LaStampaArchivio/main/History/tmpl_viewObj.jsp?objid=6320564
PUBBLICATO DA:
Renato Ronco
alle
1:12 PM
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